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La ricerca della felicità, terza parte. Le aspettative.

 

Eccoci di nuovo a parlare di felicità...

Se vi siete osservati con attenzione, probabilmente, avrete scoperto che i vostri pensieri sono quasi sempre rivolti al passato o al futuro e che, salvo eccezioni, i pensieri sul futuro sono di solito accompagnati da ansia, preoccupazione, inquietudine, mentre quelli sul passato generano una gamma di stati d’animo che va dal rimpianto alla nostalgia, dalla tristezza al risentimento.

Non vi sembra questa una buona ragione per imparare a so-stare nel presente?

Ma vediamo quali altri meccanismi mentali generano infelicità.

Uno tra i più perniciosi è quello di porsi obiettivi straordinariamente elevati, piuttosto che impegnarsi in una “politica dei piccoli passi” e perseguire scopi ragionevoli e raggiungibili. Non voglio sostenere che non ci si debba porre obiettivi a lungo termine ma che, per non andare incontro ad inutili sofferenze, occorre che questi siano complessi ma commisurati alle proprie capacità e fondati sul contatto con dati di realtà.

Spesso invece nutriamo aspettative su di noi, sul nostro lavoro, sul ruolo di genitori o di figli che rasentano l’illusione e di conseguenza portano inevitabilmente ad avere uno sguardo severo verso noi stessi. Incentivare l’attitudine al giudizio, già piuttosto radicata nella nostra cultura, stimolando quel continuo condannarsi per non essere all’altezza delle proprie aspettative,  prima o poi, porterà fatalmente a nutrire pensieri di inadeguatezza o impotenza. Se c’è una cosa che rende infelici questa è proprio la valutazione negativa di se stessi. 

“Non posso farcela”. “Non sono abbastanza….”. “Non sono in grado di….” sono voci interiori attivate da aspettative irrealistiche che immancabilmente provocano una buona dose di infelicità. Ancora una volta infelicità auto-prodotta.

Anche su questo meccanismo generatore di infelicità penso che possiamo intervenire, auto-educandoci  a non nutrire aspettative di performance più elevate di quelle che siamo realisticamente in grado di avere. Se le nostre performance supereranno le aspettative, non potremo che sentirci orgogliosi e contenti di noi e così ci saremo guadagnati un pezzetto di felicità.

In ogni caso tenere a bada l’abitudine al giudizio severo verso sé e verso gli altri è un ottimo modo per fermare la “fabbrica” di sofferenza auto-prodotta. Questa volta il “compito a casa” riguarda un ri-esame e un ri-adeguamento delle aspettative che avete in merito ai vostri ruoli privati o professionali.


Continuerò a parlare ancora di felicità, ma... la prossima volta, a presto.

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